Robertomaria Siena
La reviviscenza del realismo
Genzano, Centro d'Arte Contemporanea Luigi Montanarini, 1996
Giorgio Ortona è senz'altro un artista controcorrente; lo è perché solleva la spinosissima questione del "realismo". Il realismo era stato distrutto dalle avanguardie storiche e, successivamente, dalle neoavanguardie. Tutta l'arte contemporanea è arte dell'ermetico e dell'inusitato; questo è accaduto perché l'arte ha rifiutato, per se stessa, una funzione materna ed assertiva, una funzione tendente a ribadire, nel fruitore, il già noto, l'abitudine a prendere abitudini. Giorgio Ortona teme che però, abbandonato il realismo, ci si allontani anche dalla grande questione filosofica che al realismo è legata. E' dunque da un punto di vista metafisico (oltre che pittorico) che dobbiamo guardare al lavoro del nostro. Osserviamo i quadri su "Roma" (dal 94 al 96); l'ipotesi guida è quello della riconoscibilità; siamo così riportati al dato, ad un "factum" liberato dalle suggestioni magate dell'enigma. "L'infinito ed il trascendente escono del tutto sconfitti" dalla pittura di Ortona. "Finitismo" e "fenomenismo" sono i protagonisti indiscussi della ricerca dell'artista nato a Tripoli. L'arte, per lui, non è alla ricerca del noumeno che si staglia dietro le cose; le cose sono le cose, come dice Pessoa. I fenomeni rimandano ai fenomeni e questi esauriscono l'intero arco vitale dell'essere e del reale. Detto questo Ortona sottolinea potentemente un altro aspetto del realismo; accanto al naufragio del trascendente si staglia, conseguentemente, lo scacco di ogni forma di "nobilitazione". La pittura non guarda verso l'alto (qualsiasi esso sia), ma insegue il fenomeno sin dentro le strutture più infime della "deiezione". Di qui la serie dei "Sacchi" che celebra a piene mani i gradi più bassi dell'essere con voluta attenzione. Il nostro non intraprende le strade dell' Arte Povera; non opera il passaggio dal quadro all'oggetto. E' sempre alla pittura che rimane demandato il compito di trattare del fenomeno; ciò accade perché Giorgio Ortona vuole costringere la pittura, una volta dedita alle cose nobili e nobilissime, ad occuparsi di ciò che non viene invaso dalla luce trasfiguratrice dell'eidos. E' dunque Platone l'oggetto della polemica ortoniana; non si creda che si tratti di una posizione anacronistica. Il platonismo risorge continuamente dalle sue ceneri e pertanto si rende necessario al fenomenismo di affilare le armi in una lotta che durerà sicuramente finché il sole scalderà il pianeta terra e accompagnerà le azioni degli uomini.